TROLLHUNTERS: 2 PAROLE SU PARTE 2

Mettiamoci d’accordo su un paio di cose.

1) Non hai mai visto Troll Hunters?

Bene, hai una serie animata di qualità. Creata da Guillermo Del Toro, che con tutti i difetti del mondo di fantasy qualcosa ne sa, con un comparto tecnico sopra la media, perfetta per i bambini (un cartone che non li tratta da deficienti, gli da un intreccio da seguire), godibilissima anche da un adulto. Smetti di leggere. Vai a guardare le prime ventisei puntate (magari con i tuoi figli). Torna da noi.

2) Hai già visto Troll Hinters – parte 1 e ti è piaciuta?

Bene, hai degli ottimi gusti. Mettiti comodo e vai avanti a leggere.

trollhunters-2-banner

Sabato, 5 di mattina. Una botta di insonnia mi fa aprire gli occhi senza possibilità di appello. La Regina Titania dorme, le gremlins dormono entrambe (congiuntura astrale successa solo due volte nell’ultimo mese). Accendo Netflix e mi concedo la seconda parte di Troll Huters.

Ok, ho appena detto di vederlo con la prole, ma le mie due mostriciattole hanno un anno la prima e un mese la seconda, quindi rientrano nella soglia degli esente visione. Sono riuscito a guardare sei episodi prima che l’armonia notturna si trasformasse nel soluto caos casalingo, quindi le mie impressioni non si limitano a cica metà dell’intero arco narrativo (13 episodi).

La storia riparte dieci giorni dopo che l’avevamo lasciata giusto con un briciolo di riassunto, trenta secondi circa. E’ bello tornare a capofitto nella vicenda, è una gioia trovare i protagonisti perfettamente nella parte ma un briciolo cresciuti, più consapevoli. Animazione ancora ottima,  con la resa visiva dei troll sempre geniale nella loro corporeità rocciosa e sequenze di combattimento spettacolari (una spamma sopra ciò che passa in televisione ora, fatta eccezione per Star War Rebels). Menzione d’onore per il gran cattivone: convincente, tenebroso, spietato, con tratti psicotici legati alla prigionia secolare e alla morte del figlio.

Il tutto esente da difetti? Ovviamente no.

Niente di eccezionale, ma si avverte un certo senso di compressione, accentuato dal bing watching.

Accade tutto troppo in fretta, quasi senza respiro. Problema, soluzione, problema, soluzione in un ritmo forsennato che trancia quasi in toto i periodi riflessivi visti nella precedente stagione. Ed è un peccato, perché in quelle pause dall’azione ci sono racchiusi alcuni dei miei ricordi più belli della serie. Quindi, riepilogando: tanta, tanta, tanta azione di qualità a soffocare un po’ il resto. Se questo è il difetto suo maggiore posso tranquillamente conviverci.

Annunci

INTO THE BADLANDS – Quando i ninja invadono Via col Vento

“Un livido al giorno toglie il medico di torno.” (proverbio Orco)

In Breve

In un futuro non troppo lontano coabitano abiti in pelle e arti marziali, duelli all’arma bianca e Harley Davidson modificate, sicari col borsalino e shuriken a forma di farfalla. Poteva essere un succosissimo action-trash che avrebbe scaldato col sangue il nostro inverno…peccato si prenda troppo sul serio.

Ofut e Rossuk internet

 

Nel Dettaglio

Io e mio fratello, in quanto orchi, veneriamo da sempre il nobile sport di prendersi a craniate nelle gengive, un pratica salutare che assicura vita lunga, salute di ferro e numerosi calli ossei. Per questa ragione non potevamo esimerci, nel nome dell’antica razza, dall’urlare il nostro giubilo e il nostro biasimo per “Into the Badlands”, la nuova serie targata AMC.

Terra, da qualche parte nel solito futuro apocalittico. La madre di tutte le guerre ha distrutto la civiltà così come la conoscevamo lasciando integre, dopo il suo passaggio, solo le vecchie case patronali americane. Nelle “Terre Cattive” grattaceli, strade e ponti sono stati spazzati via, ma i villoni bianchi in stile schiavista della Luisiana proliferano come neanche le coste abusive siciliane. Praticamente ogni personaggio di un certo rilievo vive nella sua dimora sudista, tirata a lucido e con tanto di mobilio a tema “Old Missisipi”. E ci sono pure le piantagioni. Non di cotone, ma ci sono.

- Into the Badlands _ Season 1, Epsiode 1 - Photo Credit: Patti Perret/AMC

Ecco ciò che ci aspetta dopo l’apocalisse

Su questo set riciclato da “Via col Vento”, si muovono scagnozzi in pelle nera armati di katana al soldo di quattro baroni, quattro signori feudali che si sono spartiti le Badlands e mantengono l’equilibrio vessando la povera gente ognuno in maniera diversa.
Praticamente il mondo di KenShiro, solo che qui l’eroe cazzutissimo è un cinese in motocicletta ed è il braccio destro del barone crudele (Ragnarotti per gli amici). Niente buoni, quindi, solo cattivi. I cattivi e basta (di cui fa parte il protagonista), i cattivi stronzi, i cattivi folli e cattivi stilosi.

Poi ci sono i nomadi, i cattivi stupidi, banditi straccioni che servono solo come carne da cannone per far livellare i personaggi principali.

Esiste anche una trama in questa serie: una città perduta, un ragazzino in cerca della madre, intrighi di potere, ecc…ma non ne parleremo.

Perchè?

Perchè è proprio ciò che a nostro parere affossa la bellezza trash-endente di Into the Badlands. I personaggi sono talmente saturi di tamarraggine che solo una storia sopra le righe poteva non farli figurare. Un po’ come se si cercasse di dare un senso compiuto al plot di “Street Fighters”. Come puoi far quadrare un bramino indiano sputa fuoco e un lottatore di sumo/missile umano che si prendono a ceffoni su una porta-aerei? Non puoi.

Il cast di Into the Badlands è un po’ così, a partire dal protagonista Sunny, cinese vestito come il prescelto di matrix che gira in motocicletta (un favoloso Daniel Wu, sogno di ogni orchessa da quando ha interpretato Gul’Dan nel film di Warcraft).
Si prosegue poi con la Vedova (con la maiuscola), combatte come una ninja pettinata dal visagista di Hunger Games: ha una berlina bianca da gangster movie e i suoi tirapiedi portano il borsalino in testa.
Per finire con la vera star dello show (a nostra unanime opinione). Il barone crudele, il re dell’oppio, mister Ragnarotti. Ribattezzato così perché sembra il Ragnar di Vickings imbolsito ma veste come Pavarotti alle esibizioni: pantaloni di velluto, camicia bianca e fascia alta di seta alla vita. Per non farsi mancare nulla in battaglia aggiunge al completo spallaci in bambù da antica armatura giapponese e spadone dentato.

quinn

Purtroppo non si vede la fascia di seta sulla pancia

Con dei cavalli di razza del genere i pavidi sceneggiatori, invece che premere il piede sull’acceleratore dell’azione come se non ci fosse un domani, cercano profondità di intreccio.
Il risultato?
Le lotte di potere sono scopiazzate male da Game of Throne, le facce degli attori esprimono sentimenti come i  moai dell’isola di Pasqua, i dialoghi sfiorano il livello di Centovetrine.
Un’occasione mancata. Poteva essere una stella cometa che nel freddo cielo dell’inverno ci avrebbe guidato fuori dalle feste a suon di arti marziali e invece si spegne come una stella cadente, lasciandoci solo il desiderio di un cambio di rotta nei prossimi episodi.